Due ex dirigenti raccontano in un sito il profit impegnato nel sociale
«CSRoggi» per spiegare alle aziende che il welfare è una priorità

Il «bene» che si fa ma non si racconta in giro – alla milanese – a un certo punto diventa notizia e passa per un ufficetto in via Spallanzani io, a Porta Venezia. Il palazzo è signorile, nessuna targa sul citofono, perché si vuole tenere il profilo basso. I volontari della Buona Comunicazione lavorano in due stanze al primo piano: telefoni, fax, pc, «abbiamo portato tutto noi» raccontano. In quattro si danno da fare da un anno, senza proclami e senza secondi fini. «Finora non abbiamo guadagnato un centesimo», assicurano fieri: «Intendiamo andare avanti esattamente così».

Perché nelle imprese generose Bruno Calcherà e Ugo Canonici ci credono. Dopo una carriera da dirigenti – Calcherà in Regione Lombardia, in IBM Canonici – hanno fondato un’associazione per dedicarsi “all’altro”, quello che le aziende spesso non fanno, o se lo fanno non ne parlano, quasi per vergogna: «Le buone azioni». In anni di esperienza, spiegano i due soci, «ci siamo accorti di quante cose le aziende fanno per la comunità, purtroppo senza mai raccontarle».

Hanno deciso di farle conoscere al posto loro: creando il primo servi zio d’informazione no profit «dedicato al profit che fa del bene». Sfida non facile, in una città per definizione abituata a lavorare senza parlarsi addosso, anche nell’altruismo.

Aziende responsabili
Il paradosso – solo apparente- è che Calchera e compagni (oltre a Canonici, la redazione è composta da Luca Palestra e Marco Taverna, giornalista e content manager) fanno esattamente la stessa cosa.
Testa bassa e maniche rimboccate: <<Non si tratta tanto di farci pubblicità, quanto di spiegare agli altri di cosa ci occupiamo>> raccontano.
Milano <<capitale dell’imprenditoria>> è il posto da cui partire: ma anche qui -per non dire Italia- quella che gli americani hanno battezzato “corporate social responsability”, acronimo “Crs”, ossia la responsabilità sociale d’impresa, è ancora una grande sconosciuta. Calchera e Canonici hanno osato intitolaci la loro testata “Csr Oggi”. <<Quando ci presentiamo al telefono, la gente risponde stranita: cosa?>> scherza Taverna.
L’analisi di Calchera è chiara: <<Il concetto che le aziende possano anzi debbano farsi carico del bene comune oltreché del proprio prodotti oggi è ancora assai poco diffuso, da noi. Eppure mai come in questo momento, in cui il pubblico e il Terzo Settore faticano a trovare risorse, ce ne sarebbe necessità. Il problema è anzitutto di comunicazione >>. Questo volontario di comunicazione (sociale) si è occupato per anni: Ora che dirige invece un sito (Csroggi.otg) e un periodico (il primo numero è uscito a dicembre tirato in 1500 copie) il suo obiettivo è <<far capire alla gente e ancor prima alle aziende che impegno e welfare sono una priorità>> e non un “di più” a tempo perso, da non inserire nemmeno nei rendiconti. Anche perché la direttiva Ue 2014/95, recepita a gennaio, obbliga le aziende quotate in borsa a redigere un bilancio delle proprie iniziative sociali.

Dati accessibili
<<Un altro paio di maniche, però, è rendere accessibili queste informazioni a non addetti ai lavori, e ai consumatori>> spiega Mirta Barbeschi, che in un altro ufficetto dalla parte opposta della città, in via Verga, ha fondato la prima “Biblioteca dei bilanci sociali” nel 2003. <<Qui raccogliamo e rendiamo consultabili le documentazioni prodotte dalle aziende sulle proprie iniziative benefiche e di impatto sociale.>> aggiunge Barbeschi: <<Le buone pratiche in realtà sono più diffuse di quanto si pensi, in Lombardia soprattutto. Ci sono piccole e medie imprese molto attive. Le grandi società per azione, purtroppo, lo sono di meno.>> Il progetto sostenuto da Confindustria e Fondazione Symbola, ne ha censite 321. Di queste però, finora solo 59 (di ci 16 con sede a Milano) hanno pubblicato un bilancio sociale. <<C’è ancora parecchio lavoro da fare>> conclude Barbeschi.